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Bullismo? Omofobia? O incosciente bravata? L’inaspettato suicidio dello studente torinese, esasperato dagli infelici appellativi riservatigli da alcuni compagni (“Sei come Jonathan, sei un gay”), ha riportato la scuola al centro del dibattito mediatico e politico. Questa volta però i cellulari non c’entrano niente. E l’episodio, se non avesse avuto un epilogo così tragico, sarebbe passato in cavalleria assieme ai tanti altri che quotidianamente si consumano tra i gruppi di adolescenti.
La scuola, in particolare, è il luogo dove si etichetta e si emargina senza mezze misure: “ciccione”, “effeminato”, “sfigato” e “secchione” sono solo alcuni esempi di un lessico molto più colorito e frustrante. Inoltre, la perpetuazione di rituali discriminanti, connessi a una forzata e prolungata coesistenza, innalza una barriera che diventa sempre più invalicabile. Così, mentre da un lato cresce l’odio e il senso di impotenza, dall’altro aumenta il gioco e il senso di appagamento.
Pur ascrivendosi a prassi note e consolidate – chi non ha assistito a episodi di umiliazione e derisione a scuola? – il dramma di Matteo ha riempito per più giorni le pagine dei giornali. Per motivi diversi. Matteo, al contrario di molti coetanei che vivono esperienze simili, aveva manifestato il suo disagio sia in famiglia sia con alcuni coetanei. La madre aveva denunciato il problema alle autorità scolastiche che per un periodo erano riuscite a tenere sotto controllo il gruppetto di bulli. Ma i tormenti e gli scherzi erano ricominciati tali e quali a prima. L’etichetta era sempre la stessa: “Ciao Jonathan!”, accomunandolo al vincitore della quinta edizione del “Grande Fratello” per via dei modi gentili e molto probabilmente per il colore scuro della pelle. E forse proprio questa coincidenza ha segnato la sua condanna.
Inoltre, la lettera d’addio di Matteo, definita dagli inquirenti “un atto d’amore” verso la famiglia, non ha lasciato adito ad altre interpretazioni del suo gesto, quel “non ce la faccio più” è inequivocabilmente riferito alle continue e quotidiane vessazioni psicologiche inflittegli dai suoi compagni. Una lettera che, pur non esplicitando rancori e accuse, chiama in causa tutti. Chi di noi, direttamente o indirettamente, non si è mai lasciato andare a giudizi, talvolta pesanti, nei confronti di qualcun altro?
La drammatica morte del sedicenne torinese, accusato di essere omosessuale (e non “ciccione” o “sfigato”), è stata poi fatta oggetto di una sterile strumentalizzazione politica. Il Family Day, manifestazione per la difesa della famiglia programmata per il prossimo 12 maggio, è stato preso di mira dai sostenitori dei Dico che accusano di condizionamento mediatico e omofobia le sfere cattoliche. Prendendo la palla al balzo, omosessuali e genitori di omosessuali, citando episodi di discriminazione e vera e propria persecuzione, sono tornati a chiedere l’abbattimento dei tabù e l’istituzione di programmi di educazione alla tolleranza sessuale.
Non sappiamo se Matteo fosse gay oppure no, se la sua sensibilità non abbia retto alle prese in giro dei compagni o se avesse maturato una consapevolezza riguardo alla sua sessualità che, caricata di insulti e derisioni, non ha saputo metabolizzare e accettare. Fatto sta che la sua morte era annunciata, e pochi hanno saputo dare il giusto peso.
Rossella Abate |