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Abbiamo intervistato la professoressa Silvia Vegetti Finzi, già docente presso l’università di Pavia di Psicologia dinamica e, ora, giornalista per la rivista Azione. Autrice del libro “Età incerta, i nuovi adolescenti”, è una delle voci più influenti e quotate sulle tematiche psicosociali.
Bullismo, di che cosa stiamo parlando?
Il bullismo è sempre esistito, ma ora mostra qualche carattere di novità. Il bullo è sempre più precoce: prima si partiva dalle scuole superiori, poi si è passato alle scuole medie e ora siamo alle scuole elementari. La tematica non riguarda più solo il genere maschile, ma anche quello femminile. No si parla più di bullo come ragazzo proveniente da una realtà famigliare o sociale difficile, ma ora il bullo appartiene a qualsiasi ambiente sociale. Ultimo fattore di novità è che il bullo, che una volta agiva di nascosto, ai nostri giorni, ci tiene ad apparire ed è bullo per apparire.
Chi è il bullo?
Non esiste un identikit. La questione ha rivoluzionato un po’ tutto i tipi perché non esiste né un tipo sociale né un tipo psicologico con cui caratterizzare il bullo. A volte è un leader fisicamente più forte degli altri, altre volte è un leader psicologico, altre ancora nessuno dei precedenti. Quella dell’identikit è sicuramente una delle questioni più complesse.
Perché questa urgenza sociale in questo periodo storico?
Perché il bullismo è la risposta ai valori che questo periodo storico si è dato. Tra Grande Fratello, Fattoria e Isola dei Famosi siamo al massimo di omologazione. Dall’altra parte, però emerge una spinta alla differenziazione che nelle scuole prende la forma del bullismo. In una società in cui il valore dell’omologazione la fa da padrone, c’è col bullismo una spinta alla differenziazione. Il tutto, poi, è amplificato dai massmedia che spingono questa differenziazione ai suoi limiti estremi.
Cosa fare?
Non credo si debba punire o deprecare, ma produrre. Produrre valori alternativi, valori positivi. Promuovere l’aggregazione. Se è vero che esiste la spinta alla differenziazione, si faccia leva su quella, ma con un accento forte alla distinzione per valori positivi non per atti di bullismo. I ragazzi si devono poter mettere in mostra per valori positivi. E, poi, è necessario spingere alla creatività: ad esempio, favorendo la nascita di piccoli gruppi nel campo della musica o nel campo dell’arte con mostre ed esibizioni. Dobbiamo cogliere il “desiderio di esserci” dei ragazzi deviandolo verso una spinta positiva.
Famiglie assenti o genitori incapaci?
È sicuramente un problema più ampio, è un problema della società nel suo complesso che si traduce nel bisogno dei ragazzi di “farsi notare”. Sicuramente, però, esiste l’assenza di figure di riferimento e sia gli insegnanti che gli educatori sono impreparati per la gestione della situazione.
Esiste un problema a livello di Istituzioni? Che cosa potrebbero fare?
Le Istituzioni dovrebbero essere sicuramente più aperte e meno burocratiche. Dovrebbero favorire la creazione di luoghi di incontro per insegnanti, educatori e genitori. Attualmente accade che i genitori difendono i figli e gli insegnanti danno la colpa ai genitori: è un gioco di rimbalzo di responsabilità. Non c’è l’idea di unire le forze per risolvere il problema. Ecco, le istituzioni dovrebbero fornire questo spazio.
Blair propone a YouTube di censurare i video on line. Soluzione, palliativo o cosa?
Le censure non servono mai e il proibizionismo ce lo ha insegnato. Più che proibire dovrebbero fornire alternative.
Elia Belli
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