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Il Prof. Stefano Rossi è docente di Psicologia dell’Educazione presso l’Università di Pavia e consulente psicologo presso molte scuole medie e superiori della Provincia di Pavia. In forza della sua esperienza sul campo e della sua preparazione teorica abbiamo cercato di fare il punto sul fenomeno “bullismo.”
Bullismo, di che cosa stiamo parlando?
Parliamo di un atto intenzionale prolungato nel tempo in cui un soggetto (o un gruppo di soggetti) più forte prevarica con aggressività un soggetto (o gruppo di soggetti) più debole. Questa è la definizione che la comunità psicologica accetta come definizione standard. Altra cosa da aggiungere è che i ruoli di “forte” e “debole” permangono nel tempo. Il bullismo presenta una serie di elementi aggressivi che si traducono in offese principalmente di tre tipi: offese verbali, fisiche e indirette. Le prime si traducono, ad esempio, in minacce e insulti; le seconde in calci, pugni, spinte, ecc… Più complessa è la terza categoria, quella delle offese indirette, che mirano a sabotare, utilizzando anche i primi due tipi di offese, tutto il sistema di relazioni della vittima.
Chi è il bullo?
Il bullo è il soggetto più forte, che spesso utilizza la violenza come strumento per l’affermazione di sé stesso. In realtà la letteratura scientifica ne individua due tassonomie: il “bullo freddo” e il “bullo ansioso”. Il bullo freddo è la mente calcolatrice e fredda, è colui che macchina e sta dietro l’azione, ma non sempre si schiera apertamente contro la vittima. Il bullo ansioso è invece l’individuo con la nota personalità bollente, incapace di contenere e controllare gli aspetti emotivi. C’è poi un universo che ruota intorno a queste figure che sono gli “aiutanti del bullo.” Questi agiscono sulla spinta della mente del gruppo e spesso lo fanno per paura di diventare loro stessi vittime di atti di bullismo.
Perché questa urgenza sociale in questo periodo storico?
Il bullismo c’è sempre stato. La letteratura ne parla in Italia da 20 anni e in Europa almeno da 35. E dirò di più: al giorno d’oggi è un fenomeno che è presente in modo non superiore rispetto al passato, è solo in leggerissimo aumento, ma leggerissimo. Il punto è che oggi la risonanza massmediatica presenta all’opinione pubblica, fino a ieri ignara, il conto. E poi gli atti trasmessi in TV o su Internet sono solo la punta di un iceberg che ha sotto le sue acque un sommerso notevolissimo. Le nuove tecnologie fanno conoscere il fenomeno al grande pubblico, lo portano alla ribalta. Ma c’è in questa cosa un aspetto psicologicamente interessante: la pubblicazione dell’atto di bullismo lo spettacolarizza e gli da una risonanza enorme. L’azione non viene più nascosta, come un tempo, ma emerge un bisogno di essere visti e riconosciuti. È un bisogno che in psicologia si definisce come bisogno narcisistico.
Cosa fare?
Innanzitutto capire che il bullismo non coinvolge solo il bullo, gli aiutanti e le vittime, ma tutta la classe. Ci sono tutta una gamma di spettatori inerti che non intervengono pressoché mai durante l’atto di bullismo. Credo sia necessario un intervento molto precoce che sia incentrato sulle dinamiche relazionali e sul sistema di relazioni sociali, di gruppo e dello stare in classe. Spesso questo intervento arriva troppo tardi, solo alle scuole superiori, quando invece questi fenomeni iniziano alle scuole elementari.
Famiglie assenti o genitori incapaci?
Una frase zen dice che “per fare un fosso sono necessarie due sponde.” Noi invece assistiamo a una battaglia tra adulti, genitori da una parte e insegnanti dall’altra, in cui i ragazzi sguazzano alla grande perché sanno che troveranno sempre qualcuno che li difenderà. È necessario, invece, un patto esplicito tra scuola e famiglia che abbia come obiettivo l’educazione. L’adulto deve ritornare a giocare un ruolo nella sua figura di educatore. Anche perché, parliamoci chiaro, io nelle accuse reciproche vedo sempre un tentativo di nascondere un’inadeguatezza reciproca…
Esiste un problema a livello di Istituzioni? Che cosa potrebbero fare?
Credo sia necessario riprendere seriamente in mano i programmi ministeriali per la scuola, in primis, svecchiandoli. Bisognerebbe cercare di coinvolgere maggiormente i ragazzi durante le ore di lezione creando e stimolando interessi “sani.”
Blair propone a YouTube di censurare i video on line. Soluzione, palliativo o cosa?
Non è sicuramente la soluzione, ma può essere un tentativo di prevenzione. Innanzitutto limiterebbe la componente narcisistica del fenomeno limitando la spettacolarizzazione degli atti. E poi, se è ragionevole (e io credo lo sia) credere che esista un certo spirito emulativo, limitando la proiezione si limiterebbe anche l’emulazione.
Elia Belli
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